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Pasquale Lettieri: la critica d’arte oggi

Pasquale Lettieri: la critica d’arte oggi

Gabriella Chiarappa
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Come e quando nasce la sua passione per l’arte?

R.: Nasce insieme alla nascita della mia coscienza, come strana e indomita necessità

Com’è cambiata oggi secondo Lei, la figura del critico d’arte  e come si distingue da quella del curatore?

R.:  Il critico d’arte e la fenomenologia delle arti seguono il mutare dei tempi. Il critico d’arte oggi più di prima vive una dimensione di adattabilità, poiché non siamo l’esito dell’evoluzione della nostra specie, ma uno stadio in corso, che non sappiamo dove ci porterà, perché sappiamo che non c’è nessun programma che ci riguardi e navighiamo nella più assoluta incertezza, senza sapere nemmeno quali direzioni e quali sembianze prenderemo, per cui possono essere alla lunga, essere messi in dubbio i nostri concetti di bruttezza e bellezza, che già oggi non riguardano più le dinamiche dell’arte moderna avanzata, detta perciò contemporanea, ma che in futuro potranno non appartenere più al nostro stesso lessico. Essere curatori, significa essere registi e giudici, è tutto più semplice, non bisogna necessariamente sentire l’arte come un bisogno.

 

Qual è in realtà la funzione di critico d’arte?

R.: Dall’arte nascono  i miti, le leggende, le storie, la storia, come sconfinamenti dal sé, come esodi in terre ignote, per tornare più ricchi e più coscienti, nel sapere cosa è accaduto, come è accaduto, perché è accaduto, senza la cui consapevolezza, tutto appare non solo enigmatico, ma senza senso, come caos da caos da cui non si può cavare alcun cosmos. Al critico il compito di discernere, nel senso di non abbassare mai la guardia dell’attenzione, perché nel caos che continuamente si rinnova, c’è bisogno di affinare l’intuizione, che è l’unica che può orientare l’etimologia dell’originalità, nella crisi continua di tutti i codici che chiamano in causa l’identità, semplice e complessa, nello stesso momento, che è fatta di mille piccole certezze, che si rinnovano e di continuo si confrontano con gli smottamenti della fantasia e del senso comune, filtrare, nella torbidezza che porta alle convivenze più spurie, che fanno da invisibile, quanto resistente e deviante, mascheratura, che spesso porta a premesse errate, da cui a catena discendono paradossi su paradossi e avvolgimenti nell’insignificanza, confrontare nel senso stretto del termine, per evidenziare la novità e soprattutto per accertarne la positività

 

Oggi l’arte viene ritenuta una delle attività più universali e distintive della specie, cosa ne pensa?

R.:  La civiltà è una cosa complessa, un insieme che comprende, etica, politica, religione, arte, filosofia, vita quotidiana e si compone di elementi che vengono dal passato e di altri della stretta attualità, di ciò che siamo stati e di ciò che siamo e nella modernità, della premessa a ciò che saremo, comprendendo la massiccia dose di determinanti che vengono dal caso. Noi non possiamo avere la certezza di niente: non è certa la nostra conoscenza del passato, non è certa la nostra comprensione del presente, non esiste nessuna prevedibilità del futuro e noi dobbiamo accettare di vivere nell’incertezza, sfidando sempre il crepuscolo. La vita è facile se i colori del reale e dell’immaginario sono decisi, stagliati, violenti, diventa difficile se i colori sono, cangianti, tenui, grigi, costringendo ciascuno di noi a scegliere, inventare, senza punti di riferimento, certi e precisi…L’arte serve a questo.

 

 

Cosa pensa delle fiere d’arte in Italia?

R.: Non funzionano più. Non esiste più un ceto medio che compra opere di valore medio/basso. Solo i grandi nomi hanno un mercato (internazionale) e non vengono negoziati in fiera.

 

Se dovesse scegliere un tema di cui occuparsi oggi in una mostra, qual è, secondo lei, l’emergenza?

R.:  La stagione delle mostre, in Italia, ormai dura da anni, senza interruzione e il fenomeno non accenna a placarsi, ma questo pone con forza il problema della formazione dei critici, dei conservatori, dei curatori, degli addetti stampa e alle pubbliche relazioni, i guardiani, gli accompagnatori di comitive. Bisogna studiare in modo nuovo in collegamento tra centri universitari e musei, gallerie, luoghi espositivi, per evitare i rischi di teoricismo, che rendono inutile tanta conoscenza e quelli di tecnicismo che reputano tutto ovviabile con l’esperienza. Serve lo studio teorico e l’attività di tirocinio, in modo da connettere subito l’acquisizione metodologica astratta e la concretezza del fare e del fare bene.

 

Ci può essere secondo Lei sinergia tra arte e business ?

R.: Il valore economico di un’opera d’arte nelle topiche correnti è tutto. Non esiste più un concetto di arte per l’arte.

Se si, in che modo?

R.:  L’opera di pittura, di scultura, di disegno, di grafica, nella vendita all’asta, si misura, non solo con una cerchia di affezionati e di conoscitori, ma con un vasto pubblico, che spesso la incontra per la prima volta, proprio in questo luogo, spesso con delle folgorazioni e delle impennate di valore, che fanno notizia; nascono in sostanza amori eterni ed infiniti, ma anche possibilità di crollo, anche se, veramente, questo accade molto di rado. Puntare su questa forma di mercato dell’arte, che è ormai stabile nell’affiancare     quella tradizionale dei mercanti en chambre o dei galleristi o quelle più recenti, come quella che avviene in trasmissioni televisive, è un fatto di fiducia nei confronti dell’agorà cittadina per entrare in confronto con l’habitus della ricchezza storica, dell’arte antica e moderna; ribadendo che essa   non è in alternativa agli altri canali commerciali esistenti, ma si propone in azione sinergica di integrazione, in cui si preveda che in più, in tanti, si possa lavorare insieme per allargare il panorama dell’offerta d’arte e ampliare l’ambito dell’offerta e quello della richiesta.

 

La bellezza nell’arte, cos’è per Lei?

R.:  L’arte e gli artisti sono una categoria postmoderna per eccellenza, forti e  inguaribili assertori di una unione sacra tra teoria e prassi, tra concettualità e tecnica, continui fondatori e rifondatori della loro genealogia di nomadi ed erranti, vocati a creare bellezza e a dare luce ai grandi spazi e ai segreti luoghi della vita; con essi si devono misurare sociologi e urbanisti, architetti e paesaggisti, per fare in modo che il nostro destino non sia quello dei tristi custodi  di un passato grande di cui s’è persa la chiave, ma di protagonisti pronti a segnare il proprio passaggio, con forme durature di monumenti del nostro tempo. Come sempre si confrontano i laudatores temporis acti, i catastrofisti, gli utopisti, i visionari, ma noi possiamo aspirare al più alto dei destini, quello di contribuire alla trasformazione molecolare di noi stessi e della realtà circostante, senza lasciarci esaltare dai successi e senza farci atterrire dai degradi: hic rodus, hic salta.

 

Perché il linguaggio usato dagli artisti di oggi appare così difficile da comprendere nellarte contemporanea?

R.:  C’è una complessità, che si può articolare, ma non si può ridurre a pezzettini, perché c’è una contaminazione, che pone sempre problemi di modificabilità, di interpretazione, che non si possono sfuggire, mettendoli tra parentesi, perché rischiano di deformare i connotati identitari di individualità e di collettività, impedendo la lettura dello spessore dei fenomeni culturali, mai riconducibili ad una sola dimensione, ma non per questo analizzabili cartesianamente, in maniera chiara e distinta, in tutte le loro componenti che sono tramate, contaminate, tanto che non bastano più gli storici puri per scrivere la storia, ma bisogna chiamare antropologi, filosofi, economisti, culturologi, dietologi, naturalisti, urbanisti, teologi, in un concilio permanente, destinato a produrre sempre nuovi capitoli, a riscriverne continuamente altri, ma a non chiudere mai i lavori, anche perché paradossalmente la storia non riguarda più il passato prossimo o remoto, ma sempre più l’imperfetto e addirittura il presente, non appena l’atto, un atto è compiuto.

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Gabriella Chiarappa

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